Storie incrociate

 STORIE INCROCIATE

di Raffaele de Seneen  e  Romeo Brescia

Ascoli Piceno, 50mila abitanti circa, capoluogo dell’omonima provincia delle Marche, IL 3 Ottobre 2015 ricorderà il “72° anniversario della lotta partigiana nella città di Ascoli Piceno”.

Nel relativo annuncio-programma sono evidenziate due date, luoghi ed avvenimenti che videro coinvolta la comunità ascolana: 12 settembre 1943 [Casermette di..] San Filippo e Giacomo, 3-4-5 ottobre 1943 Colle San Marco. In entrambe le occasioni, sangue foggiano, e non solo, bagnò quelle terre.

Più nota la storia dei partigiani foggiani Vincenzo e Luigi Biondi, fratelli, rispettivamente di 19 e 16 anni che partirono da Foggia per unirsi alle prime formazioni partigiane che si andavano formando su Colle San Marco, e dove persero la vita nei combattimenti del 3 – 4 – 5 ottobre ‘43. Un bassorilievo in marmo li ricorda nella nostra Villa Comunale.

Probabilmente sconosciuta ai più quella di Giuseppe Faienza (o Faenza) di Torremaggiore e Antonio D’Urso (o Durso) di Foggia.

 GIUSEPPE

“Quando venne a ‘licenziarsi [salutare] a casa mia il giorno prima di partire militare aveva l’entusiasmo dei suoi diciannove anni,  malgrado che gli Alleati erano sbarcati in Sicilia e Foggia era sempre sotto gli incessanti bombardamenti delle Fortezze volanti.

“Morì con il moschetto in pugno in quella stradina di campagna che fiancheggiava uno dei lati delle Casermette. Rispondeva al fuoco di alcuni tedeschi che dalla strada principale sparavano contro i nostri. Venne ferito ma continuò ancora a sparare, chiamato dai compagni riparati dietro un pollaio mentre cercava di avvicinarsi a loro venne freddato da una scarica di mitragliatrice sparatagli contro da un soldato tedesco.

“Era in pantaloncini e canottiera  così some si trovava durante la distribuzione del rancio e suonò all’improvviso l’allarme e la successiva adunata in armi.

“Non aveva nessun documento d’identità addosso in quel momento, nemmeno il piastrino di riconoscimento di cui non si aveva avuto ancora il tempo di consegnare alle reclute.

“I suoi resti giacciono ancora in quella parte del Cimitero di Ascoli Piceno riservato ai caduti del 12 settembre 1943 in una fossa sormontata da una croce di pietra con la scritta ‘’AVIERE SCONOSCIUTO’’

Queste ed altre notizie, documentazione e foto sono il frutto dell’instancabile lavoro svolto dal giornalista torremaggiorese Severino Carlucci che ha curato tutta la ricerca, recandosi anche sui posti.

ANTONIO

“Mio padre raccontava che il fratello Antonio, Antonio come me, era un giovanissimo e bravo barbiere, morì ad Ascoli Piceno”.

Questa la segnalazione-appello raccolta da un nostro concittadino, omonimo dell’aviere caduto ad Ascoli Piceno e nipote per parte di padre, che vorrebbe saperne di più dello zio il cui nome è inserito fra i circa duecento incisi sulla lapide dello scalone di Palazzo Dogana, inaugurata il 19 marzo 1980 alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

GIUSEPPE e ANTONIO

E’ qui che le due storie si incrociano nuovamente, i due nomi sono inseriti sulla stessa lapide, così come tanti altri: foggiani (compresi i fratelli Biondi), della Provincia; ma forse anche di gente di passaggio per queste terre: civili in fuga, soldati sbandati.

Provincia di Foggia - Lapide commemorativa caduti

Quella lapide mastodontica a ricordo di un periodo tanto tragico.

Si riapre un cassetto della memoria, si riprendono le carte raccolte sul Faienza e due più due fa quattro.

GIUSEPPE e ANTONIO

Giovanissimi, allievi avieri, pre-avieri, partono da Foggia destinazione Ascoli Piceno componenti di un contingente più numeroso,  almeno una sessantina provengono da Torremaggiore.

Pre-avieri torremaggioresi ad Ascoli Piceno, il primo a sinistra è Giuseppe Faenza

Pre-avieri torremaggioresi ad Ascoli Piceno, il primo a sinistra è Giuseppe Faenza

Gli eventi che portarono ad incrociare le loro vita prima e la loro morte dopo sono trattati in alcuni libri: “La città e il colle” di Sergio Bugiardini, e “Banderkrieg nel piceno” di Secondo Balena.

Da “BANDERKRIEG NEL PICENO – GLI AVIERI VOGLIONO COMBATTERE”:

“Anche alle Casermette di San Filippo e Giacomo si stava distribuendo il rancio quando giunse l’allarme telefonico dalla ‘’Umberto I’’ e si cominciarono ad udire i colpi d’arma da fuoco provenienti dal centro cittadino.

“I comandanti di battaglione erano assenti perché recatisi in città per il normale rapporto, e gli Avieri erano al comando dei soli ufficiali subalterni; tutti Sottotenenti di complemento.

“Se in quella situazione le giovani reclute, non addestrate e mal armate, si fossero sbandate non ci sarebbe stato molto da ridire considerando ciò che in quei giorni stava avvenendo nel resto d’Italia dove intere divisioni di linea si erano dissolte come neve al sole.

“All’oscuro di ciò che accadeva nel centro cittadino essi udivano solo i colpi e vedevano levarsi il fumo degli incendi ma consapevoli, comunque, di avere davanti truppe tedesche che non venivano certo a fare complimenti, quei giovani avrebbero potuto – anche per la mancanza degli ufficiali superiori – abbandonarsi se non alla paura per lo meno all’istinto di conservazione e fuggire.

“Furono invece proprio loro a volere il combattimento ed a volerlo seriamente, non per realizzare una simbolica difesa capace di salvare l’onore e niente altro, ma per raggiungere lo scopo preciso di distruggere il nemico. Insomma, i giovanissimi ebbero le idee chiare e dimostrarono di possedere più cervello e fegato di tanti tremebondi generali incerti sul da farsi mentre, in sostanza, il problema era estremamente semplice: al nemico che chiede la resa si risponde col fuoco. Però bisognava rischiare la pelle e gli Avieri lo fecero con entusiasmo e con un senso di responsabilità superiore certamente alla loro età.

la pianta planimetrica è tratta da "Il fatto d'arme di Ascoli Piceno del 12 settembre 1943" di Severino Carlucci

la pianta planimetrica è tratta da “Il fatto d’arme di Ascoli Piceno del 12 settembre 1943” di Severino Carlucci

“Infatti non appena ebbero la certezza che la città era attaccata dai tedeschi si disposero in difesa. Ma non – come si è detto – a difesa passiva chiudendosi nelle caserme e aspettando il nemico, bensì a difesa attiva, avente come obiettivo di cercare il contatto con gli avversari nel punto e nel tempo favorevole, anticipando la loro manovra.

“Mancava poco alle 11 quando una motocarrozzetta con a bordo un ufficiale tedesco transitò per la strada di S.S. Filippo e Giacomo dirigendosi alle Casermette. Sostò e fu visto l’ufficiale scrutare intorno per rendersi conto della situazione quindi, dopo un giro sotto il muro di cinta, perfettamente indisturbato, tornò indietro. Che cosa fosse andato a riferire l’ufficiale non è dato sapere, è certo però che tutto dovette apparirgli normale; infatti, a quell’ora gli avieri erano ancora dentro le caserme.

“Da queste uscirono subito dopo che la moto tedesca si era allontanata e si disposero in maggior parte sulle colline sovrastanti il recinto delle Casermette curando di poter tenere sotto il tiro gli ampi viali tra un fabbricato e l’altro.

Nello scontro a fuoco che seguì fra avieri e civili da una parte e truppe tedesche dall’altra, nel gruppo degli avieri si contano quattro morti fra cui i due nostri conterranei.

Lapide deposta vicino al cavalcavia ferroviario di Ascoli Piceno in via Santi Filippo e Giacomo come ricordo dei quattro pre-avieri caduti nello scontro a fuoco. Foto inviata da Andrea Ancona di Ascoli Picenao

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