IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’INCORONATA

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’INCORONATA

(Un salto nel passato)

di Raffaele de Seneen e Romeo Brescia

Varcare oggi il cancello d’accesso al Santuario e trovarsi in un altro mondo è  tutt’uno. Questa è l’impressione che ha chi ha ricordi più datati, chi non sa, probabilmente non lo avverte.

I cancelli, le mura che cintano il moderno complesso, l’alto campanile che spunta come un periscopio ad osservare tutto intorno, visibile e silente guardiano, faro di riferimento in ogni anfratto del bosco, non ti puoi perdere, segnano discontinuità con il tempo antico, e netta separazione con il contesto, il sito, il luogo: il bosco dell’Incoronata, il torrente Cevaro, le campagne circostanti.

La Madonna è stata trovata nel bosco, e  per lei costruito l’antico tempio, l’uno nell’altro a fondersi e a confondersi, anche con lo stesso nome: Incoronata.

Anche la gente oggi è diversa, a parte i pellegrini, più meccanizzati e vacanzieri quelli di oggi, prima c’era un popolo più o meno stanziale, altro stagionale, che nel Santuario, oltre a luogo di preghiera, vedeva una meta da raggiungere, i pastori provenienti dall’Abruzzo, o vedeva un’oasi in un “deserto verde”, il bosco, dove rinfrancarsi dalla fatica con un bicchiere di vino presso la locanda, dove trovare refrigerio per se e per gli animali dall’acqua del pozzo: contadini della zona, stagionali di campagna (aratura, mietitura), cacciatori, venditori  e viandanti solitari.

Anche l’economia locale del tempo, che girava intorno alla locanda/caffè, alle “baracche” addossate al tempio, era più semplice ma più necessaria.

Luogo d’incontro di genti di varia provenienza, inconsapevoli scambi culturali, socializzazione attraverso lo scambio di notizie: giornale parlato, oggi non ce n’è più bisogno.

Chi ci può restituire sapori e saperi, profumi e colori, voci e gesti  di un tempo è Peppino Lupo, classe 1938, che in presa diretta ha vissuto gli scampoli di quell’epoca.

Leggiamo il suo contributo:

“Io vivo a Trinitapoli ma sono nato a Foggia da Cenzino Lupo e Incoronata Santoro.

Peppino Lupo 2

Peppino Lupo 3

Mio nonno, Giovanni Santoro, era custode al Santuario dell’Incoronata e lì viveva  mia madre Ncurnatella con la sorella Vecenzella e zio Ciccillo.

Mio Padre, come milite della Croce Rossa, fu destinato all’Incoronata per la lotta alla malaria che negli anni trenta era molto diffusa in particolare nelle campagne  e girava con una Moto Guzzi per i poderi  dell’ONC e aveva e un ambulatorio al santuario. Fu lì che  conobbe mia madre, nacque l’amore e si sposarono. Quando scoppiò la guerra mio padre partì per il fronte e noi ci trasferimmo a Trinitapoli.

Durante l’estate andavamo a stare all’Incoronata. Scendevamo alla stazione,  e  a piedi, su quella strada sterrata che attraversava il bosco,  andavamo al Santuario da mia zia Vecenzella che, morto mio nonno,  era diventata custode titolare del Santuario.

Peppino Lupo 4

 

All’Incoronata abitavano quattro famiglie: i custodi , il guardiano  sempre con gli stivali e un pistolone alla cintura, una signora con due bambini ( oggi si direbbe una ragazza madre che per la vergogna si era isolata al santuario),  infine c’era una grande baracca in legno formata da due stanze dove vivevano Paulucce e Cuncetta con tre figli, era una cantina dove i poderisti quando passavano andavano a bere un bicchiere di vino e mangiavano un pezzo di formaggio che tiravano fuori dalla loro giacca classica alla cacciatora.

Durante il periodo della festa alla Madonna arrivavano le compagnie dei pellegrini e la baracca di Cuncetta si trasformava in ristorante.

 

Vicino la baracca c’era un pozzo monumentale, con gli abbeveratoi  per le pecore che arrivavano a settembre dall’Abruzzo per svernavano nei dintorni.

Pozzo Incoronata

A quel pozzo, noi bambini non ci potevamo avvicinare perché ci dicevano che usciva il “pesce” che tirava giù i bambini. Il pesce, in effetti,  era un pastore che si era suicidato buttandosi giù nel pozzo.

Bancarelle Incoronata

Di fronte alla chiesa c’erano una fila di bancarelle che vendevano ricordi, pupe di cartone e cavallucci di cartone con sassolini all’interno che tintinnavano, i castagnari che vendevano frutta secca e la “cupeta”. il Periodo di festa cominciava con la cavalcata e durava fino a maggio inoltrato, poi tutto diventava silenzioso e monotono fino all’arrivo degli abruzzesi  con le loro pecore.

Peppino Lupo 6

 

Anche l’estate del ‘43  eravamo all’Incoronata con mia madre ospiti di zia Vicenzella, per due motivi , uno perché era più sicuro e l’altro perché si trovava da mangiare.

Io avevo cinque anni e ricordo che una notte dal Santuario si vedevano continui bagliori come se su Foggia ci fosse un temporale, ci rifugiammo nella chiesa  sotto la protezione della Madonna che protesse noi  ma non Foggia”.

Peppino Lupo ha arricchito il suo prezioso contributo di un altro importante documento, la lettera-testamento del nonno Giovanni, le sue ultime volontà espresse alla “carissima famiglia” in data 2 luglio 1930.

 

Peppino Lupo 5

Uomini di altri tempi, con sentimenti antichi, forti, concreti e pratici. Giovanni chiede per se un funerale “senza pompa, quanto più sia modesto, perché il lusso è tutta monetasciupata e inutile”; esorta i figli al rispetto per la loro madre perché “chi porta rispetto ai genitori sarò benedetto da Dio”. Raccomanda pace e concordia in famiglia, esorta a conservare il posto di guardiania del Santuario, di tenere bene in conto i frutti delle sue fatiche, le baracche “le quali tenetele in buono stato che vi daranno pane”. Per se chiede solo una prece.

[Peppino Lupo insegnante di scuole elementari, ora in pensione, ha abbandonato il fucile da caccia ed imbracciato la macchina fotografica per dedicarsi con perizia e passione il birdwatching, di cui quasi ogni mattina ci offre su face book bellissime foto di volatili nel Parco delle Saline. Peppino è scrittore, anche in lingua vernacolare, di poesie e testi.] 

 

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